La fascia d’età dove è più frequente l’abbandono dello sport è quella compresa fra i 15 ed i 18 anni. Questa emorragia continua ancora verso i 20-22 anni e così va a finire che nella fascia di eta fra i 23 ed i 27 anni che più o meno dovrebbe essere quella del massimo rendimento sportivo ci troviamo più atleti amatori che atleti veri. Un buon numero di professionisti, poi un vuoto pazzesco e gli amatori precoci che sono quelli che a 40 anni si metteranno a gareggiare con la foga di un ragazzino perché non avendo gareggiato fra i 20 ed i 30 anni hanno soffocato una cosa importante che non andava per nulla repressa per nessun motivo sociale talmente urgente da far mettere l’attività sportiva in secondo piano.
Fin troppo facile dare la colpa alla scuola. Ripetutamente, su questo sito ho affermato che una delle principali cause di abbandono precoce dell’attività sportiva (quella terribile fascia dai 15 ai 18 anni che da inizio all’impetuosa perdita) è proprio la gravità degli impegni scolastici che sono esagerati soprattutto con riferimento al tipo di formazione che viene proposta allo studente. Qualcuno ipotizza che i giovani siano bombardati di nozioni proprio per renderli innocui, per tenerli fuori da un pericoloso processo di rinnovamento della società e del mondo del lavoro che dovrebbe vederli protagonisti assoluti ed in grado di rigirare questa società che non funziona come un calzino. Invece i giovani subiscono passivi, sono sulla difensiva e tentano di inserirsi in questa società adottando le regole del mondo dei grandi ed uniformandosi a queste senza tentare di cambiare ciò che palesemente non funziona.
E’ opportuno però anche fare un’ autocritica all’interno del mondo dello sport. Se questo abbandono clamoroso è così diffuso sarà anche colpa della scuola ma non solo e poi, dopo lo sbandamento dovuto agli impegni scolastici, difficilmente i ragazzi rientrano verso i 19-20 anni quando ancora sarebbero in grado di ottenere risultati più che dignitosi non certamente da assimilare a quelli del pur importante mondo amatoriale.
Accade una cosa che io, solitamente terribilmente prolisso, sintetizzo in modo atterrante con poche parole semplicemente così: “Si da troppa importanza al risultato sportivo e non si usa il risultato come mezzo per incentivare la pratica sportiva ma, al contrario, lo si assume come fine ultimo rendendolo di fatto una vera e propria mannaia nei confronti dell’attività agonistica dei ventenni.”
Il ventenne che fa sport conta solo se è in grado di offrire risultati di vertice altrimenti da quasi fastidio, è un inutile onere per chi ha perso le speranze di ottenerne un campione.
Allora è inutile criticare tanto la scuola se noi operatori del mondo dello sport andiamo a fare gli stessi errori. Critichiamo la scuola perché perde un ‘infinità di tempo in inutili verifiche e poi con le nostre verifiche che sono le competizioni, invece di andare a creare degli stimoli per il proseguimento dell’attività sportiva, forniamo degli stress che saranno poi una delle cause di abbandono precoce. Il ragazzo si diverte a fare le gare, ma si diverte solo se i risultati sono in linea con un certo livello altrimenti si sente inadeguato.
Giusto pretendere una scuola più razionale, con meno verifiche e con trasmissione di contenuti autentici invece che di filastrocche necessarie a superare l’esame, ma anche nel mondo dello sport dobbiamo puntare all’autenticità ed alla concretezza del messaggio sportivo invece di perderci dietro ad obiettivi irrazionali che vanno ad assottigliare in modo drammatico il numero degli sportivi veri già in tenera età. Se la competizione serve a motivare i ragazzi ben venga, se invece serve solo a stabilire chi potrà diventare un campione e chi è pressoché certo che non lo diventerà allora rischiamo di proporre pari pari il modello scolastico che è altamente stressante perché si fonda sull’imperativo del raggiungimento di un obiettivo minimo al di sotto del quale non si può assolutamente andare, pena la bocciatura. Nello sport non devono esistere bocciati e promossi, certamente ci sono atleti più performanti ed altri meno ma tutti devono essere incentivati a proseguire la pratica agonistica senza sentirsi obbligati ad uno standard minimo di rendimento che può finire per snaturare la pratica sportiva e renderla stressante invece che divertente.
Non è garantito che divertendosi si possano ottenere risultati di alto livello ma in ogni caso affrontare la pratica sportiva con entusiasmo e serenità è un ottimo presupposto per proseguire anche nei momenti di difficoltà e dunque anche discreto presupposto per arrivare a livelli prestativi più che decorosi.
Lo sport che si serve del risultato ha molte più possibilità di successo di quello che “serve” il risultato. E con ciò riprendo quell’antico adagio secondo il quale non si vive per lavorare ma si lavora per vivere. Non si fa sport per fare i risultati ma si fanno i risultati per fare sport.