Il luminare è un personaggio famoso. Uno dei pochi che abbia provato a combattere la diffusione del doping e soprattutto le ipocrisie dell’antidoping che, di fatto, impedisce che la questione farmaci nello sport possa essere contenuta.
La conferenza fila via liscia, senza clamori ed in sala alcuni si attendono che finisca anche abbastanza presto per andare a vedersi la partita di calcio Italia – Germania, Altri invece, come me, sono lì per vero interesse e restano delusi se un luminare non dice qualcosa di abbastanza significativo. Purtuttavia decido di non intervenire, non mi pare che ci sia la circostanza adatta a non è il caso di turbare un clima di quasi tranquillità. Poi però succede l’imponderabile, il luminare si lascia scappare che “… in effetti negli ultimi dieci anni la teoria e metodologia dell’allenamento sportivo non hanno fatto concreti passi avanti…”. Così, come in un automatismo, mi scappa il braccio in alto e lo sollevo per fare un osservazione, visto che è già iniziato il tempo dei quesiti e delle osservazioni. Trainato da questo braccio in alto che mi è scappato via in modo istintivo, senza microfono (sono abituato ad urlare in palestra) mi metto a dire che penso di essere un po’ più pessimista dell’illustre relatore in quanto credo che lo stop ai progressi della teoria dell’allenamento risalga a qualche decennio prima, per l’esattezza ai primi anni ’80. Aggiungo che è stato in quegli anni che si è deciso di investire nella medicalizzazione esasperata dello sport e per quella scelta l’evoluzione delle tecniche di allenamento ne ha risentito parecchio. Sottolineo che questa è la mia sensazione ed in proposito mi piacerebbe un parere del luminare. Il conferenziere guarda un po’ perplesso l’organizzatore della serata, lo guarda come a dire: “E questo da che pianeta viene fuori?…” mi attendo che mi insulti un po’ e poi con calma parte. “Purtroppo lei ha ragione, io prima ho accennato ad una decina di anni, così per dire, per non impressionare troppo la sala, ma le cose stanno proprio in questi termini, anzi se dobbiamo essere precisi le programmazioni, anche se non nel nostro paese, su una medicalizzazione sistematica, ben attenta e programmata nello sport risalgono al lontano 1954 e poi nel volgere di pochi anni hanno coinvolto praticamente tutto il mondo.”
Dunque è dal 1954 che si sono gettate le basi per mettere lo sport nelle mani dei medici e farlo diventare una questione di laboratorio più che di campo.
In questa situazione le case farmaceutiche non stanno a guardare perché sono il primo sponsor dell’elevata medicalizzazione dello sport. Il motto è di vendere i farmaci anche ai sani perché venderli solo ai malati è troppo poco. E così si spiega oltre che il diffusissimo fenomeno del doping, anche la dilagante moda dell’integrazione alimentare che sembra fatta apposta per gli sportivi anche se di fatto, in modo razionale, sarebbe indirizzata solo per le persone molto anziane che ormai hanno grossi ‘problemi di assimilazione dei cibi.
Lo sportivo, proprio perché è uno sportivo, è una persona tendenzialmente sana, che fa la miglior prevenzione che si possa fare, quella tramite l’attività sportiva.
Purtroppo si è girata la frittata e con carichi di allenamento esorbitanti si mette l’atleta in condizione di far ricorso alle cure mediche per ripristinare delicati equilibri bioumorali. Un tempo se l’atleta era in sovraccarico si riduceva semplicemente il carico di allenamento senza passare dal’infermeria.
Un atleta di alto livello, se è trattato bene, non risulta positivo ai controlli antidoping. Il fatto che il doping sia completamente nelle mani dei medici non ci conforta più di tanto anche se bisogna ammettere che probabilmente i rischi per la salute corsi dagli atleti attuali sono ben più contenuti di quelli che riguardavano gli atleti di mezzo secolo fa.
L’ideale sarebbe che lo sport tornasse nelle mani dei tecnici e che l’intervento di tipo medico fosse del tutto occasionale e non formulato da protocolli standardizzati che scattano al minimo stato di disagio.
Mi spiace aver ragione, la lentezza dell’evoluzione della teoria e metodologia dello sport è indubbiamente legata in modo inversamente proporzionale alla quantità ed all’importanza degli investimenti in campo medico per ottenere un miglioramento del rendimento sportivo. La moda di proporre l’integrazione alimentare anche agli atleti di seconda schiera e pure a quelli delle categorie amatoriali fa parte di questo filone di marketing atto a rendere lo sport una grande bottega.
Come sempre la speranza è rivolta nei giovani, nel loro amore autentico per lo sport che possano rendere immune dai devastanti interessi delle case farmaceutiche.
Se praticare sport ad alto livello senza farmaci è molto difficile, farlo a livelli più bassi senza assumere nemmeno un integratore è semplice e consigliabile.
Compito dei tecnici deve essere quello di entusiasmare questi giovani e proporre loro strategie di allenamento sempre più stimolanti ed utili facendo passare in secondo piano l’intervento medico e dunque in ultima istanza si tratta di restituire al campo lo sport che è stato analizzato un po’ troppo in laboratorio col solo fine di migliorare la prestazione.
Purtroppo per il luminare, che era tentato di far sonnecchiare ancora la sala, non è solo negli ultimi dieci anni che si è assistito ad un pericoloso rilassamento nella ricerca di nuove metodologie di allenamento per fare spazio ad un sempre più precisa messa a punto dei protocolli farmacologici. Tale tendenza è vecchia di quasi mezzo secolo ed in qualche stato anche più antica. E’ ora di svegliarsi un po’ fuori e smascherare le intollerabili ipocrisie dell’istituto dell’antidoping.