Evidentemente il record del mondo dei centenni non si può fare a 99 anni perché bisogna proprio attendere di aver compiuto cento anni altrimenti non è valido.
Così, con questa breve frase, me la sono cavata subito sul luogo comune degli atleti master molto stagionati che non dovrebbero più praticare attività agonistica oltre una certa età. Ogni età ha il suo agonismo, possiamo essere agonisti da zero a più di cento anni il concetto è che l’agonismo di chi ha superato i cento anni oppure ne ha ancora 10 non può certamente essere quello di un soggetto nel cuore della maturazione sportiva fra i 25 ed i 30 anni.
Per cui il problema non è quello dei pochi fortunati che hanno la sacrosanta pretesa di fare gare anche dopo i cento anni ma quello di quei milioni di cittadini che al cuore della maturazione sportiva proprio non ci arrivano. In Italia abbiamo molti quindicenni che si comportano già con un atteggiamento agonistico degno di un atleta affermato e abbiamo anche un buon numero di quarantenni ed ultraquarantenni che continuano a comportarsi in quel modo anche approfittando del fatto che molti venticinquenni non sono altamente performanti come dovrebbero esserlo a quell’età.
Ogni frutto ha la sua stagione vuol dire che tu che sia un campione o meno non puoi comportarti a 15 anni come se ne avessi già 25 perché è molto probabile che a 25 come sportivo vero proprio non ci arrivi se ti logori prima, così come non ha senso che a 40 anni dai fondo a tutte le energie dopo che hai saltato decisamente il decennio migliore per fare sport come si deve che è quello che va dai 20 ai 30 anni.
“Ma prima non avevo tempo, dovevo risolvere dei problemi esistenziali”. E questo è il problema dell’organizzazione sportiva. Abbiamo degli adolescenti che hanno una fretta incredibile di fare risultati di alto livello molto presto e quando non li ottengono si eclissano sparendo dalla scena sportiva per poi ricomparire quando ormai è troppo tardi a 40 anni o giù di lì. Giusto fare sport anche a 40 anni e non lo fai certamente con lo spirito del centenne perché puoi farlo anche in modo abbastanza impegnato ma a quell’età non puoi più cercare prestazioni di altissimo livello perché sei ridicolo a cercarle ed il fatto che riesci a battere un gran numero di venticinquenni non fa onore a te ma mette a nudo il problema di una “gioventù bruciata” nello sport che non riesce a produrre il massimo impegno nel momento giusto.
Insomma nell’età fra i 20 ed i 30 ci sono centomila scuse per non fare sport come si deve e tengono la scena solo gli atleti professionisti o pseudo professionisti, affiancati da un discreto numero di coetanei che però fa finta di fare sport perché lo fa con uno spirito che è ben più dimesso di quello di un ultraquarantenne.
Il “bucone” dello sport italiano è quella mancanza cronica di un buon numero di atleti di medio alto livello di età compresa fra i 18 ed i 35 anni ed è figlio dell’idea che a questa età dai fondo a tutte le energie solo se sei un professionista altrimenti o non fai lo sport o lo fai con spirito amatoriale. Un giovane di 22-23 anni che fa sport con spirito amatoriale è un insulto allo sport. E’ come un coetaneo che frequenta l’università della terza età. Non ho nulla contro l’università della terza età, iniziativa lodevole che torna molto utile a tantissimi cittadini ma se la frequenta un giovane allora c’è qualcosa che non quadra. E così lo sport amatoriale fa benissimo alla salute, per certi versi anche meglio di quello riservato ai giovani ma, per definizione, non è riservato ai giovani nel cuore della maturazione sportiva.
Per dare i numeri, come troppo spesso faccio qui sopra, se corri i 100 metri a 15 anni in 11″2, e sei un bravo ragazzino anche se non sei un vero numero uno per la tua età, non capisco perché a 25 anni non potresti correre i 100 metri in 10″4 – 10″5 continuando ad essere un buon atleta per la tua età senza essere un numero uno. A quel punto, se ne avrai voglia, forse potrai pure tornare a correre in 11″2 a 40 anni come facevi a 15 ma non ha senso se ciò lo fai dopo essere stato fermo per due decenni e saltando completamente l’età del massimo rendimento sportivo.
Insomma ogni frutto ha la sua stagione, la stagione per studiare per esempio è quella compresa fra 13 ed i 25 anni circa, prima bisogna farlo con cautela e poi si può pure continuare a farlo per tutta la vita anzi è proprio raccomandabile per mantenersi elastici anche mentalmente ma non si può pensare di studiare con lo stesso vigore che in gioventù. E così l’età per fare sport come si deve è quella compresa fra i 18 ed i 30 anni circa prima è giusto farlo ma con le dovute precauzioni per non “bruciarsi” poi è giusto continuare la pratica sportiva ma non si può più pretendere di avere quella foga agonistica che giustamente era massima negli anni della gioventù.
Sarebbe assurdo che in tema di studio i ragazzini abbandonassero a 15 anni per riprendere a studiare a 40. Ciò non avrebbe senso ed in quelle poche situazioni nelle quali ciò accade è per problemi familiari del tutto particolari e per fortuna rari. Nella normalità si lascia studiare il ragazzo fino a completamento degli studi. Poi questi possono essere ripresi anche in una fase successiva dell’esistenza ma ciò non è la norma. Molti sostengono che la carriera lavorativa tronca precocemente ogni ambizione di attività sportiva di buon livello perché i primi anni di inserimento nel mondo del lavoro assorbono completamente il giovane. A parte che ciò, se è vero, è comunque un problema sociale perché non ci si può tuffare nel mondo del lavoro sconvolgendo l’intera esistenza, comunque questa affermazione non ha fondamento perché la maggior parte dei giovani mollano l’attività agonistica ben prima di essersi tuffati nel mondo del lavoro.
Ogni frutto ha la sua stagione ma nello sport, in Italia, ogni scusa è buona per fare sport con grande intensità in età nelle quali forse sarebbe meglio prendersela un po’ comoda e per fare sport a livello amatoriale o proprio non farlo nell’età nella quale si dovrebbe essere al top della maturazione sportiva. Una volta tanto non si può nemmeno dire che è una questione di mercato. Economicamente, se non si è dei numero uno, non si ha ritorno a nessuna età. Poi però, ad essere bene attenti, potremmo scoprire che a livello motivazionale la questione economica non è del tutto assente. Il quindicenne da fondo a tutte le proprie energie perché sa che se diventa un numero uno entro i 18-20 anni potrebbe anche trarne benefici economici, nel momento in cui si rende conto che questo obiettivo difficilmente potrà essere raggiunto può anche “saltare per aria” psicologicamente pagando lo scotto di un’attività un po’ troppo intensa per la sua età. E così si può trovare una giustificazione di ordine economico nel quarantenne che riprende dopo vent’anni di inattività. Questi si è impegnato a fondo nell’attività lavorativa per ottenere una posizione economica soddisfacente, una volta ottenuta questa ha la mente sgombra per riaffacciarsi su un’attività sportiva che però per motivi cronologici non può più essere affrontata in un certo modo. Se queste motivazioni sono davvero pesanti allora si può dire che il danaro inquina un po’ troppo lo sport anche degli sportivi comuni oltre che dei numeri uno. Forse, istituzionalmente, si potrebbe almeno darsi da fare per incentivare il giovane che nonostante abbia il sospetto di non poter diventare ricco con lo sport potrebbe essere reso consapevole che uno sportivo vero lo diventerà solo se completerà il suo percorso di maturazione sportiva.