LO SPORT DEL FUTURO

L’antidoping sta conoscendo un momento di crisi mediatica clamoroso. Due fatti recenti hanno messo in luce le falle di questo sistema che negli ultimi anni ha fatto crescere a dismisura il fenomeno dell’abuso di farmaci nello sport di alto livello e non è riuscita a contenere questa malsana abitudine nemmeno nel mondo amatoriale dove il ricorso ai farmaci per incrementare i risultati sportivi è pratica a dir poco irrazionale, irresponsabile, pericolosa e del tutto diseducativa nei confronti dei giovani sportivi.

Tant’è, la medicalizzazione dello sport, soprattutto di quello di alto livello, ha conosciuto fasti molto significativi in questi ultimi decenni e l’istituto dell’antidoping (a livello mondiale, non solo a livello nazionale) ne è certamente responsabile.

I fatti ai quali alludo sono di portata diversa ma convergono sulla stessa problematica. Il primo, sotto gli occhi di tutti e di non difficile comprensione, è la scoperta di una intera squadra di giovani ciclisti (troppo giovani…) che faceva uso di doping sistematico, come purtroppo molte altre e non ha mai avuto nessuna noia con i “severi” controlli dell’antidoping. Il secondo è una questione molto complessa che non ha avuto grande risalto sui media nazionali che riguarda la torbida vicenda del miglior marciatore italiano, Alex Schwazer, perseguitato dalla giustizia sportiva a seguito delle clamorose dichiarazioni avvenute dopo la sua prima squalifica per doping. Dopo la prima squalifica per doping l’atleta Schwazer aveva ammesso tutte le sue responsabilità e non aveva minimamente contestato le accuse a suo carico, solo per puntiglio e orgoglio si era permesso il lusso di precisare che comunque l’antidoping ha delle falle clamorose e ciò che aveva fatto lui non era assolutamente l’unico di una serie di comportamenti che nello sport di alto livello sono praticamente la norma. A seguito di queste dichiarazioni, senza fare nessun nome perché l’atleta anche se un po’ matto ed illuso non è certamente un vigliacco come voglia far credere certa stampa nazionale un po’ troppo rispettosa delle istituzioni, erano stati coinvolti un numero spropositato di atleti italiani di alto livello che giustamente sentiti dal giudice non erano riusciti assolutamente a far luce sui fasti e nefasti dell’antidoping un po’ per la sacrosanta necessità di salvare la propria pelle (è chiaro che se ammetto che l’antidoping non funziona posso gettare ombre anche sul mio comportamento, pur essendo assolutamente “pulito”) ed un po’ perché l’antidoping ha le spalle veramente larghe e resiste bene a tutte le insinuazioni di chi ha capito come funziona veramente.

Lo scoop di questi giorni è che i responsabili del laboratorio antidoping di Colonia  cadono dalle nuvole perché dopo essere stati sollecitati da un anno dal tribunale di Bolzano a produrre il campione “B” dell’urina che riguarda la seconda fantomatica positività dell’atleta Schwazer (quella che lui ha sempre rinnegato, relativa ad un  prelievo del primo gennaio 2016 e contestata solo a maggio del 2016 quando lui aveva già dimostrato di essere decisamente competitivo ed in grado di competere ancora con i  migliori del mondo) si accorgono “improvvisamente” che il campione è clamorosamente aperto, senza sigilli e pertanto non può più essere utilizzato per verificare eventuali malefatte del sistema.

Ora io non sono nemmeno un complottista, anche se ritengo che lo Schwazer rientrato dopo la squalifica fosse assolutamente pulito. L’atleta è un illuso (da solo ha pensato di far chiarezza sulle malefatte dell’antidoping, come dire Don Chischiotte contro i mulini a vento) però non è del tutto scemo e sapeva benissimo di essere supercontrollato dopo la prima squalifica, lo sapeva perché era perfettamente consapevole di aver rotto le scatole a tutti con le sue dichiarazioni e lo sapeva perché venti controlli in pochi mesi mi sa che non li avevano fatti nemmeno al povero Pantani, altro perseguitato dall’antidoping che ha portato sulle sue spalle il peso di un sistema che non funziona. Dopo venti controlli tutti negativi, nel ventunesimo, fatto a capodanno, lui risulta magicamente positivo (seppur di poco) perché ha deciso di festeggiare a spumante ed anabolizzanti l’anno nuovo. Non sto a sindacare sul fatto che gli anabolizzanti servano gran poco a migliorare le prestazioni di un marciatore o sul fatto che questi anabolizzanti glieli abbiano messi nel panettone ma il fatto che la piccola positività risulti dopo cinque mesi quando lui ha avuto la cattiva idea di far vedere che sapeva marciare ancora come un atleta vero è quanto meno singolare. Detto questo io non credo nel complotto internazionale perché ho ragione di credere che se l’ambulatorio di Colonia ti vuole imbrogliare riesce a farlo senza cascare in questi risvolti così clamorosi. Se c’è dolo avrebbero avuto la possibilità di farti credere quello che vogliono occultando tutto senza problemi. Pertanto più che ad un eventuale complotto mi viene da pensare ad una vendetta di qualche deficiente che non ha studiato tutto nei dettagli e che in questo modo ha messo a nudo le falle di un sistema che decisamente non funziona per negligenza più che per dolo.

Io non so se a questo punto partirà una denuncia contro ignoti, se il tribunale di Bolzano avrà la capacità di portare avanti questo nuovo polpettone di dimensioni colossali. E’ chiaro che è difficile smontare l’Istituto dell’Antidoping ed il candore con il quale hanno scoperto la manomissione del campione “B” è semplicemente disarmante. Questi sono ancora lì a chiedersi, visto che la vicenda da un punto di vista sportivo si è già conclusa con la seconda grottesca condanna dell’atleta a 8 anni di squalifica (altra presa in giro: 8 anni, non  squalifica a vita, come se un atleta potesse ancora marciare a 42 anni…), perché il tribunale di Bolzano rompe ancora le balle con ‘ste provette, non hanno capito che, a questo punto, gli indagati sono proprio loro e non l’atleta che ha già detto fin troppo.

Io non sono complottista ma rilevo che il comportamento in generale (non solo di questa vicenda) dell’antidoping sia decisamente inefficiente, anacronistico e non al passo con i tempi. Questi sono dei medici, non dei poliziotti e se qualcuno vuole mettere mano a dei campioni troppo importanti prima o poi ci riesce. E’ anche per questo che sono scettico sul fatto che la vicenda possa essere chiarita del tutto. Se c’è stato dolo chi l’ha perpetrato troverà il modo di venirne fuori, se c’è stata solo negligenza e, a mio parere, questa è una pista molto battibile, nessuno troverà la forza di portare avanti una questione che di fatto smonta nelle sue basi la credibilità di tutto l’istituto mondiale dell’antidoping, temo nemmeno il tribunale di Bolzano, che giustamente ha a cuore la degna conclusione di un processo con l’evidenziazione di tutti i fatti della vicenda.

Lo sport del futuro purtroppo passa anche dalla lotta all’eccessiva medicalizzazione dello sport. Non come sta facendo in modo anacronistico e goffo l’attuale antidoping facendoci credere che l’abuso di farmaci sia per lo più una scemata di un certo numero di amatori scriteriati (l’attuale antidoping ferma più atleti amatori che professionisti…) ma facendo emergere nella sua complessità tutta la problematica. Gli atleti professionisti che usano farmaci (e lasciamo perdere doping o non doping perchè è anche sui termini che ci prendono in giro definendo doping ciò che fa comodo a loro e “non doping” ciò che fa comodo alle case farmaceutiche) sono la maggior parte. Quelli che risultano positivi sono una minima parte. Nei processi contro il doping gli atleti che stanno assolutamente zitti statisticamente sono quelli che patiscono le squalifiche più brevi mentre quelli che provano a parlare vengono massacrati dalla giustizia sportiva (Schwazer ne è un fulgido esempio) quasi che compito della giustizia sportiva fosse tutelare l’immagine dell’Antidoping più che la salute degli atleti.

Non so se siamo pronti per il passaggio delle sponsorizzazioni sportive dallo sport di alto livello dei riflettori e delle televisioni a quello dei ragazzini e dei campi di periferia, so solo che lo sport del futuro è quello e come disse un noto allenatore di marcia in un convegno sullo sport alcuni anni fa “Alla fine per sconfiggere il doping basta spegnere la televisione e mettersi tutti a praticarlo invece che guardarlo per tv, se sgonfiamo questo sport dei riflettori troppo ipertonico in senso fisico ed anche metaforico avremo più possibilità di far crescere lo sport vero, quello per tutta la popolazione che non ha assolutamente bisogno di farmaci per andare avanti, anzi provoca una drastica riduzione dell’uso dei farmaci di tutti i tipi perché migliora il livello di salute dei cittadini.”

Sono finiti i tempi di quando i ragazzini guardavano al campione come ad un soggetto da imitare, adesso lo vedono come un personaggio un po’ strano, su un piedistallo, irraggiungibile perché fa risultati stratosferici e che viene invidiato più che per questi risultati sui quali ormai anche il ragazzino ha dei sani dubbi, per la marea di danaro che questo campione accumula in pochi anni di carriera. Sarebbe bello tornare ai tempi nei quali si invidiava solo la prestazione sportiva e soprattutto quando questa non era ritenuta impossibile ed il ragazzino stesso voleva provarci.

Una volta si diceva “Se ce l’ha fatta lui ce la posso fare anch’io”. Adesso si dice “Vorrei farcela anch’io perché ci ha fatto un sacco di danaro ma se per arrivare fin lì devo imbottirmi di farmaci mi sa che non ci provo nemmeno…”. Era meglio una volta,  anche per questo è arrivato il momento di ripensare in modo critico all’antidoping.