I LIMITI DELL’ANTIDOPING

In questi giorni nei quali torna a galla la vicenda di Marco Pantani con il suo carico di tristezza insostenibile mi interrogo sulla consapevolezza popolare sui limiti dell’antidoping.

Marco diceva chiaramente che l’antidoping era molto limitato ed era sempre un passo indietro rispetto al doping. Questa precisazione la diceva lunga su quello che poteva essere l’atteggiamento medio degli atleti nei confronti dell’antidoping.

L’antidoping era quella rottura di scatole che se ti dopavi bene poteva essere costantemente aggirata.

Dopo 15 anni non è cambiato nulla. L’antidoping è sempre quella rottura di scatole che se un atleta si dopa bene può essere ancora sistematicamente aggirata. In sintesi l’antidoping colpisce chi si dopa male, gli sprovveduti. Non colpisce chi si dopa di più, colpisce chi non è riuscito a doparsi in modo da risultare negativo ai controlli.

Evidentemente un antidoping del genere serve un po’ poco. Serve a fare in modo che non siano impuniti cani e porci. Possono farla franca solo atleti di un certo livello che si dopano molto bene. Quando un atleta di alto livello viene trovato positivo all’antidoping ci si deve domandare cosa non ha funzionato, cosa sia saltato in quel meccanismo che doveva prevedere la negatività dell’atleta ai controlli.

Detta così si capisce che tutto il problema doping sia essenzialmente un problema giornalistico. Il giornalista si scandalizza e tuona l’indignazione per l’atleta trovato positivo ai controlli. Di capire cosa sia realmente successo al giornalista non gliene frega niente, anzi gli da quasi fastidio, è molto più comodo e opportuno  inveire contro il nuovo demonio che ha avuto la sventura di risultare positivo ai controlli.

Del resto il giornalista non deve fare cultura, deve servire il mondo dello sport, che è quello che gli da da mangiare e lo deve servire anche nelle sue aberrazioni, sostenendo la pantomima dell’antidoping.

L’antidoping è una vera pantomima, una rappresentazione scenica muta, dove più o meno tutti anche se un po’ depressi sono d’accordo e si accetta questo stato di cose per sostenere uno sport che si meriterebbe di essere rifondato per scrollarsi si dosso l’eccesso di medicalizzazione al quale è andato incontro negli ultimi decenni.

Nei processi contro il doping per tentare di prendere una pena contenuta è opportuno non dire assolutamente nulla. Guardate la fine che sta facendo il marciatore Schwazer perché ha osato parlare un paio di minuti in televisione. Era molto meglio se stava zitto. Sembra che a doparsi sia solo lui. Se prova anche solo un momento a ripetere che aveva tutte le possibilità di non farsi trovare positivo (ed è l’assurda realtà) gli danno l’ergastolo.

Lo sport ha bisogno di coerenza e sincerità. Se ce la prendiamo con una selezione di atleti che ha avuto la sfortuna di inciampare nella rete dell’antidoping non facciamo altro che appoggiare uno sport di alto livello molto medicalizzato. Non possono essere i giornalisti a rivoltarsi contro questa ipocrisia. Loro si trovano nella necessità di sostenere in tutti i modi lo sport professionistico e continueranno a demonizzare i campioni che si dopano ignorando l’essenza del problema. Lo sport vero deve essere sostenuto dalla gente comune che deve viverlo in prima persona ed imparare ad apprezzare, quando in veste di spettatore, l’autenticità delle gesta degli eroi dei campi di periferia. Quelli sono veri eroi. Gli altri non sono per nulla dei demoni ma semplicemente grandi attori di un gioco che necessita di costanza, dedizione e, se non si vuole fare una brutta fine, pure di una grande assistenza medica, al limite del lecito, al limite del rischio. Lo spettacolo non è gratis, non lo è per lo spettatore non lo è per il protagonista. La salute è un’altra cosa.