“Nell’articolo sulla necessità di ridurre i consumi parti dal presupposto che esista una grande conflittualità fra auto e bici. Ma secondo te non può esistere un modello di città che tutela i ciclisti senza danneggiare gli automobilisti? Penso a Monaco di Baviera, per esempio, dove con la bici vai dappertutto senza problemi ma dove anche con l’auto vai dappertutto perché l’auto non è stata per nulla sfrattata.
Poi insisti nel ravvisare la lobby dei produttori di auto come quella lobby che di fatto impedisce che gli italiani possano tornare ad usare la bici come mezzo per andare a scuola e al lavoro, ma non pensi che, parlando di categorie danneggiate da tale evenienza e che potrebbero remare contro, c’è addirittura la tua nel senso che anche il circuito delle mega palestre private potrebbe subirne un danno? In fin dei conti ai giorni nostri si pedala e si cammina in palestra perché non si riesce a farlo all’aperto…”
L’accusa ad un certo tipo di insegnanti di educazione fisica è circostanziata e non si fonda su principi campati in aria, è un’accusa concreta e che ha un suo fondamento. In effetti ci sono insegnanti che su questa situazione ci marciano ma questo è un argomento terribilmente complesso e delicato che preferisco affrontare dopo aver espresso il mio semplice punto di vista sulla conflittualità fra auto e bici.
Purtroppo, a mio parere, la conflittualità fra auto e bici esiste e Monaco è un bell’esempio perché anche se è vero che a Monaco si riesce a girare in modo “non pericoloso” in bici non è altrettanto vero che si gira proprio benissimo. A Monaco di Baviera ti può venire la tentazione di usare l’auto, intanto perché in auto si va dappertutto come nelle nostre città italiane e poi perché, mi spiace per Monaco, bellissima città, ma la qualità della sua aria non è molto migliore di quella delle nostre città super incasinate.
Insomma, a mio parere Monaco è una specie di città italiana che ha risolto il problema della ciclabilità dotandosi di una rete di piste ciclabili capillare ed efficiente ma non è di sicuro il miglior esempio di ciclabilità da imitare ed il suo problema è che proprio per problemi economici ha voluto tutelare un po’ troppo l’auto.
Resto del parere che sia d’obbligo, se si vuole diffondere su vasta scala l’uso della bicicletta, agire legiferando in un certo modo. Non è nemmeno un problema di piste ciclabili, è un problema di leggi. Se si vogliono salvare capra e cavoli si è costretti a spendere un sacco di danaro per farci stare piste ciclabili che a volte nelle nostre città con strade strette non ci stanno nemmeno ed il risultato finale non è nemmeno soddisfacente perché risolvi il problema della sicurezza del ciclista ma non quello dell’inquinamento.
Sono del parere che se si vuole davvero cambiare strategia il cambio di metodo deva essere drastico: le leggi non possono più farle i produttori di auto ma deve farle la politica. Se la politica non esiste è inevitabile che continuino a farle i potentati economici. Penso che tale considerazione risponda anche al quesito del perché non si sia ancora diffusa l’auto elettrica e perché la maggior parte delle auto nuove che vengono ancora vendute siano auto che consumano più o meno come quelle di vent’anni fa quando ci sarebbe tutta la tecnologia per farle consumare la metà. E’ un discorso di leggi: si privilegia la velocità rispetto ai consumi. Non c’è una vera tassazione per chi inquina di più, non solo è tutelata l’auto ma è pure tutelata l’auto che va veloce, che pesa molto e che consuma pure tanto, un vero e proprio disastro.
Su questo sono drastico e per questo anche pessimista: ritengo che sia una vera propria lotta fra interessi dell’industria e rispetto della salute dei cittadini. Chi sopravvivrà vedrà.
Sulla questione insegnanti di educazione fisica che ci marciano sulla disgrazia della sedentarietà, sono più soft, non solo perché mi da fastidio accusare certi miei colleghi ma anche perché la questione è molto complessa.
Intanto, sempre per salvare l’immagine dei miei colleghi, sostengo che a rovinare il mondo dell’attività fisica contemporanea non siano stati gli esperti del movimento ma siano stati dei grandi imprenditori. Il business è stato fiutato da grandi imprenditori che di attività fisica non ci capiscono niente che in tale affare hanno investito cifre da capogiro e, purtroppo bisogna ammetterlo, che hanno trovato la compiacenza di insegnanti che si sono offerti per dirigere centri che gettano fango sulla nostra categoria.
Bisogna riscoprire la palestra come luogo delle competenze, come luogo dove un professionista preparato ti insegna a muoverti, non che ti dice quale macchina utilizzare.
Pare un gioco di parole ma anche nell’attività fisica sono state le macchine a rovinare tutto. La diffusione spropositata delle macchine da palestra ha degradato lo stato dell’arte e ci troviamo insegnanti che non sanno più come utilizzare la ginnastica a corpo libero per aiutare come si deve il proprio cliente.
La ginnastica a corpo libero che è la vera ginnastica è perennemente in crisi, ostacolata da un modo di far palestra che è di tipo imprenditoriale. Per cui il mio motto sull’argomento è “Meno imprenditori, più insegnanti qualificati”.
L’allievo esisterà sempre anche se la bicicletta dilaga e diventa il primo mezzo di trasporto perché del buon consiglio c’è sempre bisogno. C’è gente che ha disimparato a muoversi e quella ha bisogno di passare dalla palestra ma deve passare dalla palestra per essere seguita da un professionista competente non da uno che ti mette su una macchina a fare la marionetta.
L’insegnante del futuro è un insegnante che ti da tutte le competenze per muoverti bene e poi ti caccia dalla palestra, perché quando funzioni bene la gran parte dell’attività si fa fuori all’aperto e non chiusi in palestra. E’ chiaro che se non puoi muoverti fuori perché non ci sono le condizioni di sicurezza e ambientali per farlo devi farlo dentro magari su qualche accidenti di macchina.
Non è necessario questo business agli insegnanti per continuare a lavorare, questo è il business degli imprenditori, l’hanno inventato loro e sono loro ad ostinarsi a portarlo avanti.
Al contrario, gli insegnanti hanno tutto l’interesse, per riqualificare la loro immagine, a tornare a lavorare in modo autentico solo che anche lì sono necessari investimenti. Investimenti che nessuno ha voglia di fare perché dietro a questo tipo di lavoro non esiste business. Non ti tieni il cliente e molto spesso hai a che fare con gente che non ha soldi da spendere. Invece che tenersi agganciati dei buoni consumatori bisogna informare e liberare una quantità spropositata di cittadini. Non è un lavoro che ci si può attendere che venga sponsorizzato da grandi imprenditori questo.
Una nuova cultura dell’attività fisica è possibile solo con l’intervento dello stato, E’ prevenzione, non è business. Se uno non ha i soldi per andare in palestra deve essere messo in grado di andarci lo stesso, almeno per il tempo per il quale ne ha bisogno, non certamente per tenerlo a pedalare in palestra ad oltranza quando ormai ha risolto i suoi problemi.
Per cui, se passa il concetto di prevenzione, ma davvero e non solo a parole, di lavoro per i miei colleghi ce n’è un’infinità, ovviamente di lavoro qualificato perché per verificare il corretto funzionamento di una macchina non è nemmeno necessario un insegnante.
Alla fine, alla domanda se una nuova cultura del movimento possa essere ostacolata anche dai miei colleghi la risposta è semplicemente “no”. Non abbiamo alcun interesse a portare avanti l’attività motoria business, quella è gestita da grandi imprenditori che possono pure gettarsi anche su altri business.
Purtroppo, come per le piste ciclabili, occorre una scelta energica da parte dello stato e quel giorno che lo stato decide che l’attività fisica non sono solo le due striminzite ore settimanali che si fa lo studente a scuola, se sono ancora vivo mi ubriaco, anche se non tengo per niente bene l’alcol. Non preoccupatevi, poi non mi metto alla guida, né di auto, né di bici. sto in casa fin che mi passa. Ma temo che dovrò aspettare troppo.