CONCENTRAZIONE VERSUS FATICA

C’è un rispetto quasi sacro nello sport verso la fatica. La fatica viene ritenuta l’ingrediente numero uno nella realizzazione dei risultati sportivi e pare che chi fa più fatica sia più meritevole di elogi e abbia un posto prenotato in Paradiso.

Non sono per niente d’accordo su questa sacralizzazione anche se, ovviamente, non so chi abbia effettivamente un posto prenotato in Paradiso.

Non sono d’accordo perché, per esempio, un abuso di fatica oltre che essere pesante e nauseante porta a ridurre i livelli di concentrazione in compiti che oltre che una buona dose di fatica richiederebbero anche una gran dose di concentrazione. Accade che la fatica sia “nemica” della concentrazione e vada a sostituirla. Se stai facendo tanta, troppa fatica, non capisci più un cavolo e non riesci a stare concentrato. Magari, grazie a quella gran fatica riesci ad ottenere un buon risultato ma non riesci a capire come hai fatto ad ottenerlo se non per il fatto che hai impiegato una quantità di fatica stordente.

Sarà perché provengo dalla corsa prolungata che, per certi versi, dicono che sia “scuola di fatica” che mi diverto molto di più quando riesco ad ottenere un risultato accettabile senza fare molta fatica che non quando lo ottengo a prezzo di una gran fatica. La sensazione è che il risultato ottenuto con una buona concentrazione sia facilmente replicabile, a patto di ricordarmi cosa cavolo ho combinato in quei momenti di buona concentrazione, mentre il risultato ottenuto con una grande fatica non sia per niente facilmente replicabile se non impiegando nuovamente una grande quantità di fatica che siccome è pure una cosa facilmente esauribile non è per niente facile che si possa replicare in tempi brevi.

Insomma il risultato ottenuto con una grande fatica sembra più leggendario, praticamente irripetibile perché certe fatiche ti stroncano e non ci stai più a ripeterle, mentre il risultato ottenuto affinando una grande capacità di concentrazione sarà meno leggendario ma alla fine è più divertente perché hai la sensazione di poterlo ripetere se solo hai la capacità di codificare in qualche modo ciò che hai combinato quando l’hai ottenuto precedentemente.

Qualcuno obietta che alla base dei grandi risultati sportivi deve esserci sia una grande capacità di concentrazione che una grande disponibilità a fare fatica. E’ pure possibile che sia così ma io insisto sul fatto che, in allenamento, dove si mette a punto la gran parte della preparazione (altra parte si mette a punto direttamente in gara ma generalmente non è la parte predominante) se l’atleta, nel tentativo di evitare inutili fatiche, escogita soluzioni sempre più funzionali di produzione del gesto motorio, approfittando di una grande capacità di concentrazione, offre a se stesso un servizio molto migliore dell’atleta che, non avendo grandi capacità di concentrazione, continua a sottoporsi a grandi fatiche nell’illusione di abituarsi a queste.

In realtà alla fatica non ci si abitua e questa a lungo andare logora al punto tale che la maggior parte degli atleti, soprattutto degli sport di resistenza, quando abbandonano la pratica agonistica è proprio per evitare il reiterare di fatiche improponibili.

Pertanto io, più che un’ abbinata vincente fra fatica e capacità di concentrazione, che in talune situazioni può pure esistere, vedo un dualismo fra le due capacità dove la scelta di privilegiare l’una anziché l’altra porta inevitabilmente a cronicizzare un certo atteggiamento nella risoluzione dei compiti dell’addestramento sportivo.

Il mio consiglio, ovviamente empirico, individuale e dettato solo dal mio vissuto nello sport, è quello di diffidare in modo sano della fatica e di tentare di evitarla per quanto possibile scegliendo invece di affinare le capacità di concentrazione per capire un po’ di più di quello che combinate quando state facendo sport. La fatica sarà pure poetica ma destreggiare l’arte con buone abilità, anche se meno poetico, aiuta a vivere meglio.